Voglia di rissa, voglia di spezzare

Una pentola a pressione. Il mondo occidentale sta provando e vivendo sulla propria pelle le sensazioni che per anni sono state riservate ad altri continenti.

Sentirsi bloccati, sentire di non contare nulla, avere l’impressione che le decisioni siano sempre prese in altri luoghi e in modi spesso non chiari; anni di crisi con la chiara sensazione di riuscire al massimo a recuperare parte di ciò che si è perso.

La tensione si è accumulata per anni e oggi è pronta ad esplodere.

Le prime avvisaglie sono arrivate dalla Brexit. Poi è arrivato Trump. Nella piccola Italia un treno in corsa ha travolto l’arroganza di Renzi, con il non piccolo corollario di aver ridato fiato a concorrenti tanto poveri di idee quanto pronti a tutto pur di perpetuare sé stessi.

Sotto la pelle della società si sente scorrere la voglia di sfogarsi, senza neppure escludere la violenza.

Chi gode di un minimo di rappresentanza, chi riesce a presentarsi unito urla l’insoddisfazione; tassisti e ambulanti sembrano voler riportare la lancetta dell’orologio indietro di decenni, quando la rendita di una posizione era garantita, difesa e rinforzata con cortei, bombe carta e qualche parlamentare amico.

In una situazione come questa si distinguono immediatamente due tipologie di politici, indipendentemente da ideologie e proposte: quelli che hanno a cuore il futuro del proprio paese, e per questo cercano soluzioni, anche difficili. E quelli che decidono di cavalcare la tigre, di soffiare sul fuoco, indifferenti ai danni, alle fratture, alle ferite che potrebbero portare, troppo impegnati ad ottenere il massimo del consenso per occuparsi delle conseguenze.

Certo, la voglia di seguire l’onda della rabbia può essere forte, ma è proprio in questi momenti che chi ha la forza ed il coraggio di proporre soluzioni ragionate può essere riconosciuto, può distinguersi dalla massa ed aggregare le forze positive della società per guidarle al di là del guado, per tornare a crescere e rafforzarsi.

Le priorità dell’Italia sono chiare in tutta la loro drammaticità: dare un lavoro ai giovani, recuperare un sud rimasto troppo indietro e gestire in modo corretto l’immigrazione, fonte di insicurezza.

E altrettanto chiari nella loro drammatica staticità sono i limiti e i blocchi che impediscono di liberare le grandi potenzialità del nostro paese.

Una mano pubblica pesante ed opprimente, in grado di bloccare il mercato con monopoli ferrei, di fermare la voglia di intraprendere con una burocrazia talmente ottusa da essere imbarazzante, di togliere risorse con tasse tanto alte quanto voraci per infimi livelli di servizio restituiti.

E allora proviamo ad avere coraggio. Diciamo no a chi propone la rissa, l’odio e la violenza.

E proviamo a spezzare le catene che ci impediscono di tornare a crescere.

Bisogna partire spezzando l’insieme di interessi della finanza, quelli che pongono padri, zii e figli a gestire la concessione dei crediti, sempre rivolti agli amici di turno e mai alle imprese meritevoli.

Bisogna spezzare gli interessi corporativi delle migliaia di partecipate pubbliche, in cui amministratori scelti dalla politica utilizzano le aziende in accordo con sindacati incoscienti come stipendifici, carrozzoni inutili che non danno i giusti servizi alla cittadinanza e tolgono risorse a tutti.

Spezziamo le reni della burocrazia ottusa, utilizzando la tecnologia per togliere potere ai piccoli feudatari della pubblica amministrazione.

Spezziamo infine il coacervo di leggi, regolamenti e postulati vari che hanno ridotto una nazione famosa per la capacità di inventiva, di innovazione e di impegno nel regno di mafiosi, sfaticati e furbacchioni.

Non è un compito semplice e non è un compito per chi vuole scegliere vie brevi; non è un compito facile perché urlare slogan ha una presa più immediata; non è un compito banale perché le resistenze di chi ha rendite di posizione è fortissima.

Ma è un compito che qualcuno deve assumersi per il futuro, nostro e dei nostri figli.

E chi lo farà scoprirà di avere di fianco a sè le forze migliori della società, quelle che ancora non si vogliono arrendere, quelle pronte ad impegnarsi e anche a rinunciare a qualche privilegio per il bene di tutti.

E l’Italia potrà tornare ad essere orgogliosa di sè stessa.